Sine tempora

Blogger inserisce automaticamente una data alla pubblicazione del post. Questi testi non dovrebbero avere alcun riferimento temporale, furono scritti per uscire dal tempo e per vivere in una dimensione aliena alle mode e alle stagioni.
E' per tale motivo che essi avranno dunque come data i giorni di un annoqualunque che sia palesemente falso e inutile.
Ciò che conta è il senso e l'anima della scrittura.

martedì 17 ottobre 2017

Bonheur



A che serve un blog signori? Ognuno scrive quel che sa e può, Io scrivevo per commuovere nel senso latino del termine; cercavo di farlo perchè ero a mia volta smosso nell’animo, scriverne mi liberava, mi libera. Questo era il blog per me. Questo è quel che resta di me, forse di noi, una commozione. Io non riesco quasi mai a capire qual è l’idea di base di molti blogger. Sono arrivato alla conclusione che spesso noi non abbiamo nessuna idea iniziale e aspettiamo di averne una nel divenire, molti di noi aspettano ancora…ma non lo ammettono. Io scrivo un diario con grandi asimmetrie temporali, lo faccio con passione, con tutta la cultura e la vita che ho ricevuto, lo faccio con onestà ma non posso e non voglio snaturarmi, la mia personalità è il mio blog, senza la mia indole io non sono nulla. Non leggerò alcun classico latino stasera, nessun classico in generale. Fra qualche minuto spegnerò questo computer e farò un giro più lungo per tornare a casa, passerò dal lungomare e sarò in compagnia dei miei ricordi. Bastano e avanzano. Non ho alcuna idea sulla mia riuscita come avo custode della memoria so soltanto che certe sere vado via lontanissimo e in luogo irraggiungibile per tutti. Lì non c’è alcun bisogno di scrivere ma rifletterò sull’invecchiamento come forma d’arte, bonheur anche a te che leggi.

giovedì 12 ottobre 2017

L’amore dal silenzio, una questione di fede



Sapere e aver saputo, leggere e aver letto e poi studiato e aver viaggiato senza ipocrite paure fra le opposte ideologie di questo mondo che ci è stato donato.
Ho capito da molto tempo ormai che ne facciamo scempio, ho inteso che anch’io col mio rigore e la mia cultura resto un grande peccatore, con maggiori colpe di altri che almeno non sanno e mai hanno saputo. Avrei bisogno del silenzio di un monastero, dello specchio onesto della mia anima senza altri intermediari che la mia coscienza: e invece sono qui davanti ad uno schermo che, aperto, mi butta in faccia il mondo. Prego per resistere, in fondo si esce dal silenzio e si torna nel silenzio, non è una maledizione, una iattura, è un premio. Il silenzio definisce ed esalta, raccoglie i profumi, acuisce i sensi, raccoglie la vita nel palmo di una mano. La mia e la tua. Niente è più forte di una comprensione che giunge accolta da un grande silenzio.
Parlerò d’amore anche stasera. Per non sapere fare altro.
Parlandone mi avvicino a stringere quella sensazione, mi avvicino e mi fermo sul limitare di un totale dispiegamento. Oltre non è concesso a nessuno andare, oltre le colonne d’Ercole c’è l’infinito dramma del non ritorno, della vita senza un perchè.
Parlerò d’amore e quasi tutte le parole resteranno chiuse in gola e scuoterò la testa invocando l’unica che potrebbe dare loro la libertà di volare chiare nel cielo. E’ solo una questione di fede, come sempre: una scelta d’abbandono predestinato e fuor di logica.
Dovrei credere che il filo sottilissimo possa ricomporsi. Che la frattura guarisca, senza segni, senza enfasi alcuna. Carezzo il velluto della poltrona con una lentezza golosa: ti rivedo al pianoforte e ti risento, suoni per me come allora ma dovrei credere che il filo sottilissimo si sia ricomposto. Carezzo il dorso dello schienale e in questa stanza non c’è nessun altro al di fuori di me e del mio ricordo vivo.

domenica 17 settembre 2017

Dall’Etna al mare


Avevo bisogno di spazio e silenzio, l’ho fatto ieri e sono salito in alto, molto in alto, sull’Etna. Non c’ero più abituato e l’aria rarefatta dei 2000 e oltre mi ha dato alla testa. Da lassù le cose prendono una forma diversa, anche le persone e i pensieri ma non è sempre un fatto positivo, però è un fatto. Panorama immenso anche se una leggera foschia copriva in parte le vallate tutt’attorno: qua e là spuntava una cima, un pizzo che io da siciliano riconoscevo come l’idea di quello che era. Da piano Provenzana in genere lo sguardo spazia fino all’Aspromonte e, a girare, alla dorsale dei Peloritani col pizzo della Rocca di Novara di Sicilia e ai primi contrafforti dei Nebrodi. Me ne sono stato fermo a guardare per un po’ di tempo, quanto non so, ma c’era un fresco ed un silenzio magnifico e le nuvole sfrangiate e sottili passavano veloci sopra di me. Più sopra c’erano ancora 1350 metri di vulcano, aspro e scuro, con il filo di fumo leggero di rigore. Sono invecchiato, minchia se sono invecchiato: prima avrei accettato con entusiasmo il pensiero di scarpinare fra le lave in quota e girare verso il versante nord per trovare la Grotta del Gelo, l’unico ghiacciaio perenne sotto le Alpi. Quindici anni fa è stata la prima e unica volta che l’ho vista… sono tornato distrutto dalla fatica. Oggi morirei lungo la pista. Scendendo da Provenzana verso Linguaglossa, attraverso la pineta, mi sono immaginato lo Stretto e mi sono sentito in un film: tutto mi è sembrato lontanissimo, l’Italia, la Repubblica e la sua politica, Letta Grillo e gli altri. La lunga ferita azzurra che ci rende isola si snoda davanti agli occhi: poco meno di tre chilometri bastano a fare di un luogo un mondo a parte. La Sicilia scivola di fianco lungo i fianchi tondi e burrosi di una Calabria che è Sud pieno e dimenticato: una sala d’attesa infinita come il tempo necessario talvolta ad attraversare lo stretto.
Mi sono sempre domandato se cè soluzione di continuità fra le due sorelle: c’è e lo senti nell’aria. Quella d’Aspromonte è antica e lontana, l’altra diluisce i pensieri nell’eventualità di un incontro finale. Messina è sparsa e bassa, porta i segni architettonici del grande scuotimento del 1908, le strade tranne quella che costeggia il mare, sono arrotalate nel poco spazio che i Peloritani concedono alla città. Il mare è ovunque, grida ovunque ti dice di lui e del suo mezzo per essere arrivato lì; non puoi fare a meno di pensare al fatto che adesso sei custodito dal suo abbraccio perché sei sbarcato su un isola. Quando Sali in alto sopra la città, magari verso sera mentre tutte le luci delle due coste si accendono, comprendi in un attimo dove si è annidata la storia e la seduzione di questa terra: davanti oltre l’abisso blu delle acque sta la rocca di Scilla come un custode severo della bellezza crudele dei luoghi. Se giri lo sguardo di lato la mole immensa dell’Etna riempie tutto lo spazio, sovrana del cielo e dell’immaginazione. La Sicilia è terra radicale e la febbre inizia quasi subito…il tempo di dirigersi verso Taormina. Uscendo da Messina la costa sembra un lungo rettilineo che si allontana a ventaglio dalla costa calabra: la meta turistica più famosa della Sicilia appare quasi subito in lontananza distesa mollemente su una serie di dossi collinari. Nei periodi estivi andrebbe senz’altro evitata! La cittadina fa parte di quel tipo di mete particolari che devono il loro fascino all’atmosfera con cui sono nate alla notorietà: la fine dell’ottocento e il primo novecento denso di stimoli culturali mitteleuropei. Taormina è stata creata dal turismo di elite tedesco e inglese di quel periodo, da visitatori consci e stupiti dell’immenso patrimonio paesaggistico che si presentava ai loro occhi e che vi si persero dentro. Molti di essi vennero a consumare i loro ultimi anni su questo poggio che guarda lo Ionio da un lato e il grande vulcano dall’altro. Quel luogo adesso è così solo in inverno o all’inizio della primavera quando le mandrie di turisti usa e getta non attraversano le strette vie della città col gelato in mano e la fotocamera a scatto cronico continuato. In tali condizioni i silenzi ancient time e i profumi sottili ( in alcuni casi perversi e trasgressivi) svaniscono e Taormina diventa un luogo come una altro magari con un panorama più interessante di un altro. I bar e i locali famosi che fino agli inizi degli anni 60 fecero la storia e l’educazione sentimentale di gran parte dei catanesi e delle signore capitate per caso in corso Umberto non hanno alcun senso senza l’abbraccio malizioso dello spazio attorno a te che solo può regalarti uno sguardo, un accavallarsi di gambe o un seno intravisto nell’atto di sorbire un gelato. e magia che questo luogo ha conservato. Solo così puoi pensare: resto per capire e morire. Che cosa c’entra questo Enzo con quello che studiava al liceo di Milano? Con quello del movimento studentesco degli anni 70? Con il ragazzo innamorato di Tiziana? E’ lo stesso che si perse per Giuseppina a Trapani o che ancora si immedesima per Giulia? No, non c’entrano niente l’uno con l’altro.
Non è lo stesso uomo che da tempo scrive qui, su un blog, quell’altro usava carta e penna, aveva pochi amici e tanti sogni. Si sono ristretti gli uni e gli altri; l’unica cosa che si è dilatata è la sua verve polemica, la capacità di incazzarsi, la noia profonda e l’insofferenza per la cultura a comando e i discorsi di convenienza e fumosi. Mi pare perfetto per un blogger in via di estinzione. Ma poi veramente m’importa della blogosfera? Non ho voglia di fare inchini, di dare ragioni che non capisco, di cercarmi un’avventura in rete così per passare il tempo. Sarà che non ho più voglie? Dal versante sud la montagna ha un pendio più dolce e guarda la piana di Catania, il crinale su cui sorge Centuripe e più lontana Enna sull’altopiano a 1000 metri; in un’altra stagione si vedrebbero benissimo le Madonie e Rocca Busambra sopra Corleone. I ricordi affiorano a sprazzi, non possono fare altro perchè sono troppo distanti da questo oggi… Gigi che a febbraio in una mattina gelida e tersa, sigaretta in bocca, da un poggio di Monte Pellegrino sopra Palermo mi fa : “ Cumpari, talia, la viri?” – ed io che guardo e non capisco – “ Talia, l’Etna, là, dove c’è il bianco della neve”- E la vidi, fatto unico e raro, legato solo a particolari condizioni meteo, attraverso l’aria cristallina di quella mattina, la montagna stava là, 200 chilometri ad est, col suo cappuccio di neve e non ce ne sono molti in Sicilia di cappucci così. Penso anche alla ragazza palermitana che lui doveva incontrare, alla voglia di scopare che avevamo, all’avventura, alle cose impossibili e sceme come quella di farsi Catania-Taormina con la cinquecento prestata di un amico, colletta per la benzina, per provarci con una ragazza conosciuta dieci giorni prima fra mille problemi e occhiatacce del padre di lei. Tornatore dove sei? Qui c’è materiale d’avanzo per un film, Peppuccio, il titolo? Ora ci penso e te lo dico. Quello era un altro,quei due sono morti, il fatto che io ne scriva qui non significa niente.
La montagna invece c’è da sempre, ha altri ritmi e la invidio: mi guarda e sicuramente pensa che io sia un minchione come la gran parte degli uomini che gli fanno il solletico sulla pelle scura. Ha ragione lei, mi accendo o mi spengo per cose velleitarie, che oggi ci sono e domani non se le ricorderà nessuno. I contadini di queste zone lavorano la terra e costruiscono case e villette come se nulla fosse, sperano sempre che il vulcano diriga altrove i suoi furori. Ho visto nella vallata sotto Bronte campi di pistacchio meravigliosi a due passi dalla colata lavica del 1973 fra Randazzo e Passopisciaro… “ di ccànunscinni quasi mai” ho sentito dire ad un vecchio “di ccà a muntagna è bbona”… e il 1973?… chiddu è luntanu!”. Sperano e si industriano. Vivono, figliano e muoiono fra un botto e l’altro. Più in alto, sopra le nuvole che si addensano verso i 1000 metri c’è tutto il resto, il sogno, la riflessione e la possibilità che l’ETNA sia il tramite “chi ci vva cunta au mari tutti i pinseri di Diu”.

Mi guardo attorno, scende la sera di quest’ennesima stagione sui generis, adesso è l’ora di tornare dentro il mio abito e dentro la scatola di latta che mi ha portato sino a qui. A Zafferana una granita di mandorla e poi giù, verso lo Jonio e Catania, in discesa verso la scogliera nera e acuminata che ha raccolto per millenni le voglie accese del vulcano. Da qui, ad un paio di metri dall’acqua, i particolari si vedono bene. Cammino un po’, mi guardo in giro, il bar è aperto, la vecchia che ha il banchetto di frutta e verdura sta chiacchierando con una come lei: sottana grigia e sciarpona di lana grossa. Un caffè? Ma sì, me lo faccio anche se è il secondo della giornata, l’aria di mare mi ha svegliato del tutto. Queste lave a colonna sono proprio uno spettacolo… “un’immensa colata lavica che nel 1669 arrivò fino al mare e, raffreddandosi, diede origine a questa immensa muraglia alta anche 80 metri sull’acqua, le strutture di basalto lavico qui rappresentate sono uniche per forma e dimensioni per la loro peculiare disposizione colonnare…” Sarà, ma io non riesco a dimenticare la prima impressione: nero dentro l’azzurro e una particolare trasparenza cinestrina del mare, un colore grigio verde che sfuma in un rosa confetto là dove le alghe hanno dipinto il loro margine. Il caffè è buono, il tizio che me lo ha servito fuma distratto e le due vecchie, per strada, continuano le loro chiacchere: a S. Maria la Scala stamattina non c’è quasi nessuno e non si fa quasi niente. Perfetto. Riordinare i pensieri? Impossibile, troppa fatica e io sono pigro, molto pigro, al punto che vorrei che queste righe si scrivessero da sole e raccontassero di come la nostra vita è plasmata dal grembo naturale che ci accoglie dalla nascita, dai seni che ci allattano bambini, dal pane e dall’olio col pomodoro, dal profumo di basilico e dall’accento del dialetto che ascoltiamo quando ancora abbiamo strada davanti. Quattro passi fra il piccolo molo e gli scogli neri, una trazzera di’ mari da queste parti una creuza de ma’ mille chilometri più a nord… La musica e l’arte che sono amore e passione li fanno coagulare assieme, diventano il medesimo sentiero, la stessa placida prospettiva. Tutto questo non cambia una riga della mia vita, della mia pigrizia sostanziale; nel mio sud c’è un altro mezzogiorno, un altro alito tiepido da cui non riesco a staccarmi…nonostante la giacca e la cravatta. Nonostante la lingua italiana.
Ho scritto, ho scritto di nuovo e la colpa è vostra blogger maledetti, teste pensanti variegate, sirene pronte ad assistere al prossimo naufragio.

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